Un battito di Ciglia per costruire il futuro

giornalino50_stampa_OK_Pagina_2_Immagine_0002La testimonianza della giornalista Anna Sandri che ha seguito i progetti della Fondazione dalla sua nascita.

Ho camminato lungo le strade della Città della Speranza quando non solo le sue case, ma nemmeno i mattoni per costruirle esistevano ancora: era cominciato tutto con un incontro, il primo, nel quale ufficialmente si informava la stampa, e dunque la comunità, a proposito di un progetto. Un incontro che avrebbe potuto essere come tanti, e destinato invece a restare inciso nella memoria e nel cuore.

Così che adesso, vent’anni dopo, la Città della Speranza è per me ancora esattamente ciò che mi parve quella mattina: un sodalizio di uomini che alle parole davano un peso, e un senso. E che di un progetto avevano fatto un obiettivo della vita. Ho visto crescere la Città della Speranza, l’ho vista propagarsi come un’onda mentre lungo le strade della mia regione fiorivano i cartelli “comune gemellato con”. L’ho vista penetrare sotto pelle alla gente, nelle migliaia e migliaia di piccole e grandi iniziative che fiorivano per divulgare l’iniziativa, per sostenerla concretamente.

Ho avuto, anche, il privilegio di far parte del gruppo che all’alba del Duemila ha messo in cantiere il giornalino attraverso il quale quel mondo di volontari e amici – di residenti della Città – aveva deciso di diffondere il messaggio dell’impegno per anni svolto silenziosamente, e cresciuto soprattutto grazie al passaparola. Attraverso il giornalino, raccontavamo di quel che si faceva per raccogliere fondi: dalle scuole materne ai circoli di pensionati, ho scoperto e messo in pagina un’umanità che ogni giorno, senza vantarsi e senza chiedere nulla in cambio, fa di questo mondo un posto migliore.

Intorno, nel frattempo, tante cose accadevano. I bambini costretti a ricorrere a cure oncoematologiche, e le loro famiglie, avevano trovato dignità di accoglienza oltre che eccellenza di cure; giovani o meno giovani ricercatori venivano chiamati a Padova; si cominciava a parlare di una Torre da far crescere per far crescere la ricerca. Una notte, un treno speciale è partito da Padova diretto a Roma: nelle carrozze, i viaggiatori più disparati. Medici di fama e ragazzi con i tatuaggi, nonne e bambini, volontari e imprenditori. Il giorno dopo, all’alba si era a Roma ed era una stupenda giornata di sole: dal balcone a San Pietro papa Benedetto XVI mandava la sua benedizione e il suo saluto speciale alla Città della Speranza. A ricordarlo, ancora adesso mette i brividi.

Non c’è stata piazza del Veneto, credo, che almeno una volta in questi vent’anni non abbia ospitato qualcosa – dalla sfida per le crostate più buone al megapalco del Festival show – in favore della Città della Speranza. Si sono corse gare podistiche e si è nuotato in Prato della Valle, si sono offerti ciclamini e si è promossa una intera linea di corredo scolastico, si sono messi al lavoro i più grandi chef d’Italia e si sono dipinte tazze di porcellana al solo scopo di raccogliere fondi per sostenere la Città e la sua Torre; e mai un appuntamento che sia stato disertato, mai un centesimo che sia andato sprecato, mai un obiettivo che sia stato tradito. Vent’anni sono tanti per un uomo; ma nel tempo sociale, sono un battito di ciglia.

Quel battito è bastato, a Padova, per costruire qualcosa – una Città, una Torre, un comune sentire – che dovrebbe essere portato a esempio di fronte all’Europa, e studiato nelle scuole. La Città della Speranza ha tirato fuori tutto il bello possibile da ogni persona che ha sfiorato: lungo le sue strade non riecheggiano proclami, si fa invece di dire; non ci sono piedistalli, la responsabilità è diffusa e condivisa, ciascuno fa la propria parte sapendo che solo l’impegno di tutti porta a destinazione. Chi ha camminato per una sola volta lungo le sue strade, le percorrerà per sempre. 



Articolo pubblicato: mercoledì, 11 marzo 2015

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