Stefania Fochesato: i bambini prima di tutto

“Un sogno lungo 20 anni”: un libro per raccontare la storia della Città della Speranza

La più grande soddisfazione che ho avuto in questi anni, e sono tanti, che ho vissuto e lavorato a “Città della Speranza”, me l’ha regalata un bambino malato quando mi sorrise e mi spiegò: “Sei la zia che avevo sempre sognato di avere”. In quella frase c’è tutto: la gioia di un rapporto personale che s’è costruito, un sentimento di calore e affetto – evidentemente l’abbiamo trasmesso – che gli consente di dimenticare il presente complicato e aprire un nuovo orizzonte di speranza. Per me, la sensazione di aver contribuito in piccola parte alla serenità di un bambino vale più di tutto: da piccola pensavo che sarei diventata maestra, che avrei insegnato e avuto tre bambini. Molto s’è avverato, molte cose sono mutate. I figli, invece, non sono arrivati; o meglio ne sono giunti tanti, in modo totalmente diverso ma altrettanto profondamente coinvolgente. Si vede che il destino era questo. Il destino. È un termine che spesso ci riporta al concetto di ineluttabilità.

Questo libro, invece, è la dimostrazione che il futuro in gran parte è nelle nostre mani. Le storie che sono raccontate in queste pagine, le testimonianze di tanti che ci sono stati vicini rappresentano il fondamento vero, l’anima della nostra “Città”.

In questi vent’anni ci sono state le molte realizzazioni e molti traguardi sono stati tagliati: la Torre della Ricerca, prima di tutto. Chi non ricorda le ansie e le preoccupazioni per un progetto che cresceva sotto i nostri occhi? Doveva essere di 15 milioni, poi di 20: siamo arrivati a 32. Certo, si punta sempre più in alto perché si vorrebbe dare sempre di più, si cerca di correre sempre più in fretta per trovare soluzioni a favore di chi tempo e risorse ne ha davvero poco. Questo è il senso del mio e del nostro lavoro. Quando entro in un reparto e guardo negli occhi i genitori che hanno un bambino dal futuro incerto, mi sento ancora piccola, quasi impotente.

Ma la forza di andare avanti, di spendermi, la trovo nelle tantissime persone che in silenzio costruiscono nell’ombra con noi. Lavorano per la “Città” perché un sogno, quello di un mondo in cui i bambini vivano senza dolore, diventi speranza prima e realtà poi. Sono loro, i volontari, i veri protagonisti: quant’è lontano il mondo riflesso dalla televisione, che vive di egoismo, immerso nella logica dell’avere. Noi siamo per l’Essere, invece. Totalmente. E quando un genitore mi guarda e mi ringrazia commosso dicendo “La seconda nascita di mio figlio la devo a voi”; quando vedo dei ragazzi guariti che diventano a loro volta volontari dell’associazione, mi rendo conto che il lavoro umile di un’infinità di persone irradia una forza immateriale e una motivazione spesso decisive per i bambini.

Spesso non ci si rende conto di quante persone, vicine a noi, abbiano toccato con mano il dolore dei tumori infantili. È capitato anche a me, con mio nipote Matteo, mancato a tre anni per un tumore cerebrale nel 1999. L’avevo già vissuta, questa sofferenza. A scuola, quando insegnavo musicoterapia e avevo un allievo malato. Io che ho lasciato presto la famiglia, che ho studiato e mi sono diplomata in musica, lavoro che poi ho lasciato, quando è mancato Matteo mi sono detta: “Continuo a scappare da qualcosa, ma il mio destino è questo: dare una mano ai bambini”. Di nuovo il destino.

Ma è una prospettiva da riconoscere, non il Fato che ingabbia. Così ho deciso di avvicinarmi a “Città della Speranza”. Ho conosciuto Gaetano Meneghello e Franco Masello. Ricordo ancora la prima iniziativa, organizzata con mio fratello Piero. E tutto quello che poi è seguito, un’infinità di esperienze: i pacchetti natalizi, Al Bano che ci ha sostenuto convinto, davvero una persona incredibile; l’ingresso nel Consiglio invitata da Masello, il lavoro con i sindaci per stringere i tantissimi gemellaggi con i Comuni in tutta Italia, Federica Pellegrini testimonial dell’inizio lavori alla Torre e l’elenco potrebbe continuare a lungo…

Quando mi chiedono: dove trovi la forza per fare tutto? Come fai a darti coraggio? Rispondo così: trovo le energie nel nome di chi non ce l’ha fatta. Certo, ci diamo da fare, incrociamo difficoltà, dobbiamo superare ostacoli che moltiplicano le assurdità. Ma tutto questo cosa vuoi che sia di fronte a un bambino che deve affrontare la chemioterapia? Chi ha più coraggio, noi o lui? E pensare che ho visto chi, in queste condizioni, era capace di giocare con il palo che sosteneva la sacchetta dei liquidi in trasfusione: era una giostra per lui. Allora davvero dobbiamo imparare dai bambini. Quando li vedi in reparto, il resto non conta. Pensiamo all’infanzia rubata, al tempo sottratto al gioco e alla loro serenità. Vedrete che tutto il resto sembra niente, i nostri grandi problemi diventano poca cosa.

Tutti noi non vorremmo vedere più la sofferenza. È naturale. È normale. Ma quando incontro dei genitori che vogliono dimenticare la paura che hanno affrontato e vinto, e tengono per mano il loro bambino guarito, mi ringraziano (anzi “ci” ringraziano) perché ricordano l’accoglienza, l’attenzione che abbiamo dimostrato; apprezzano i medici che hanno parlato e hanno trattato il figlio come fosse il loro bambino, bene, in quegli sguardi, in quelle parole c’è il senso di tutto il nostro lavoro. Che proseguirà, convinto e deciso, perché la “Città della Speranza” cresce con noi, è dentro alla nostra vita



Articolo pubblicato: mercoledì, 11 marzo 2015

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