Ragazzoni: “L’universo è più fantasioso di quello che pensiamo”

L’esplorazione di mondi ignoti affascina l’uomo da sempre. Dopo aver conosciuto le stelle erranti e i pianeti del nostro sistema solare, da circa vent’anni si assiste alla ricerca degli esopianeti, ovvero di mondi attorno a stelle diverse dal nostro Sole. Per fare il punto della situazione, Roberto Ragazzoni, direttore dell’Osservatorio Astronomico di Padova, ci condurrà in un viaggio nel tempo e nello spazio, tra passato e futuro, tra nuove conquiste e altre tracce di vita. A fornire l’occasione per tale approfondimento è la rassegna “Viaggio al centro della scienza”, che prosegue martedì 22 maggio alle ore 18 a Palazzo Moroni.

 

Astronomia-universo-ragazzoni-IRP-viaggio-scienzaProfessor Ragazzoni, com’è cambiato il concetto di esplorazione?

Il titolo della mia conferenza, “Esplorando mondi lontani: un viaggio nel tempo e nello spazio”, gioca proprio su com’è cambiato il modo di considerare le osservazioni, in particolare su ciò che pensiamo dei pianeti attorno ad altre stelle negli ultimi 22 anni a questa parte. Sarà, tuttavia, anche un viaggio nel mondo futuribile, su che cosa ci aspettiamo e sulle missioni che stiamo costruendo. L’esperienza insegna che è molto difficile. Se pensiamo a quando, nel 1995, parlavamo di cosa ci sarebbe stato nel 2000, oggi possiamo dire che solo alcune cose sono state colte, mentre su altre abbiamo fallito.

 

Quali sono state le scoperte davvero importanti degli ultimi anni?

Dal punto di vista metodologico, a mio avviso, è interessante vedere come l’universo e la natura siano più fantasiosi di quello che pensiamo. Ci aspettavamo, per esempio, tante copie scalate del nostro sistema solare, con i pianeti rocciosi vicini e i pianeti grandi, come Giove e Saturno, lontani, mentre non è così. Abbiamo scoperto tipi di stelle in cui ci sono pianeti di cui nel sistema solare non c’è traccia. Nel nostro sentire, inoltre, comete e asteroidi sono eventi epocali, tuttavia sono una frazione risibile della massa del sistema solare. Ci sono invece delle stelle che, intorno, hanno per la maggior parte comete. Parto da questo anche per sostenere una tesi più o meno azzardata, cioè che facciamo bene a cercare l’acqua, ma, su cose molto più semplici come la formazione dei pianeti, abbiamo fallito. Pertanto non vedo perché, anche in questo, la natura non sia molto più fantasiosa di noi.

 

Quali previsioni avete fallito? ragazzoni

Nel 1995 ero in Arizona per studiare dei telescopi che permettessero di vedere i pianeti. Tutti cercavano pianeti come la Terra alla distanza del nostro Sole, ma sulle altre stelle. Invece due svizzeri hanno scoperto il primo pianeta fuori dal nostro sistema solare. Hanno cercato pianeti più grandi di Giove in un’orbita più vicina di Mercurio che, in quegli anni, tutti avrebbero giurato che non potessero esistere. La nostra previsione di quello che avremmo voluto scoprire è quindi fallita. Stiamo parlando di roccia che si compone, di gas che si aggrega. Andare a cercare tracce di vita come quelle sulla Terra era riduttivo, ma era giusto partire da ciò perché era l’unica cosa che avevamo a disposizione. Non sarei assolutamente sorpreso se scoprissimo situazioni totalmente differenti dalle nostre. Tra un paio d’anni verrà lanciato un telescopio spaziale che dovrebbe cominciare a misurare le atmosfere presenti nei pianeti al di fuori del nostro sistema solare. Capiremo allora se ci sono ossigeno, idrogeno, azoto e altro.

 

Quant’è difficile mettere a punto strumentazioni innovative?

Poco dopo che la laurea, ho iniziato a lavorare alla camera di Rosetta, da cui poi è nata la missione. Sono passati quasi 30 anni, un ciclo solo per andare a vedere qualcosa a un determinato ordine di grandezza (le missioni spaziali più veloci, di solito, durano 10/15 anni). Una missione per andare sugli esopianeti può comportare un tempo scala compreso tra i 40 e i 60 anni. Anche costruire un grande telescopio richiede dai 7 ai 15 anni. Oggi stanno venendo a maturazione progetti iniziati 10/20 anni fa. Quindi, prima di riuscire a mettere in opera un’idea brillante possono passare da 5 a 20 anni.

Vorrei sfatare un mito, però. Noi, per misurare se c’è acqua o clorofilla su un pianeta, chiediamo alle industrie, spesso italiane, di costruire macchine che prima non esistevano. Naturalmente lo facciamo perché siamo mossi da una certa curiosità, dopodiché, magari, quelle strumentazioni potranno servire per analizzare l’acqua potabile o per altri fini. La filiera procede in questo modo, di conseguenza muoviamo tanto sviluppo e tanta tecnologia da fare un balzo in avanti rispetto ad altri campi.

 

A quale strumentazione sta lavorando attualmente?

Abbiamo terminato di lavorare su Cheops, un piccolo telescopio che andrà in orbita il prossimo anno con l’obiettivo di scrutare una stella alla volta e misurare con grande precisione i pianeti che vi sono attorno. Ad oggi stiamo anche lavorando fortissimamente per la missione “Plato”, che sarà lanciata tra un po’ più di un lustro, volta a scoprire pianeti attorno a stelle vicine. Oggi, quasi tutti i pianeti che conosciamo appartengono a stelle molto lontane. Sembra paradossale, ma è più facile trovare pianeti su stelle relativamente distanti da noi.

 

Cosa le piacerebbe veramente (contribuire a) scoprire?

Facile! La cosa più bella da scoprire è quello che non immaginavamo esistesse. È raro che succeda. Gli scienziati, poiché devono investire molto nelle strumentazioni, difficilmente costruiscono una macchina solo per cercare nell’ignoto. In genere hanno un obiettivo piuttosto preciso. L’Hubble Space Telescope aveva lo scopo di misurare con precisione l’espansione dell’universo, in realtà è diventato famoso per altre scoperte assolutamente non previste. Quindi vorrei scoprire qualcosa che non andavamo cercando.

 

Astronomo e direttore dell’Osservatorio Astronomico di Padova, Roberto Ragazzoni si occupa di strumentazione astronomica sia da terra che dallo spazio. Gli strumenti che ha disegnato analizzano la luce delle stelle da diversi continenti e scrutano oggetti celesti vagando nel nostro sistema solare. Membro dell’Accademia Galileiana Patavina, vincitore del Premio Wolfgang-Paul della Fondazione Humboldt in Germania nel 2001 e del Premio Feltrinelli dell’Accademia dei Lincei nel 2016, ha lavorato a Firenze, Heidelberg, Tucson e San Diego.

 

 

 

 

 

 

 

 



Articolo pubblicato: martedì, 22 maggio 2018

2018-07-12T08:05:30+00:00