Donne e ricerca, un binomio vincente in IRP

È una sfida quotidiana quella che devono affrontare le donne per raggiungere una posizione lavorativa in linea con le proprie aspirazioni, che garantisca un futuro e permetta di conciliare anche i tempi della famiglia. Siamo ancora lontani dall’infrangere il cosiddetto “soffitto di cristallo”, fatto di barriere invisibili che ostacolano il fare carriera, e la situazione è ancora più complessa per chi mette la scienza e la ricerca al centro dei propri interessi. Valutazioni più meticolose, un più difficile accesso ai finanziamenti sono tra gli aspetti cui le donne devono far fronte, secondo diversi studi. A livello internazionale si sta cercando di correre ai ripari. La Commissione Europea, per esempio, ha promosso dei programmi specifici, convinta che la partecipazione delle donne alla scienza e alla tecnologia possa contribuire ad aumentare l’innovazione, la qualità e la competitività della ricerca scientifica e industriale. L’Onu, nel 2015, ha addirittura istituito una “Giornata internazionale dedicata alle donne e alle ragazze nella scienza”, che si celebra l’11 febbraio, per superare gli stereotipi di genere.

Guardando in casa, il Miur ha da poco firmato un decreto che stanzia dei fondi per le università affinché incentivino le iscrizioni femminili alle lauree scientifiche. Percorsi, questi, scelti in media da tre studentesse su dieci. Eppure bisognerebbe guardare anche oltre per evitare la cosiddetta “leaky pipeline”, la tendenza delle donne a fermarsi ai gradini più bassi della carriera, se non a rinunciare del tutto alla ricerca, dopo aver concluso la formazione universitaria. Per dare qualche numero, le ricercatrici in Italia sono appena il 36% del totale dei ricercatori (OECD, dato 2014 con riferimento ai settori pubblico e privato, escluso il non profit), mentre le docenti universitarie sono il 37,3% (Eurostat, dato 2015), una percentuale che è seconda soltanto a Malta e lontana della media dell’Unione Europea che si attesta al 41,6%.

Che servano tanta determinazione e passione per farsi largo nel campo della scienza lo sanno bene le numerose donne che lavorano nell’Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza. Oltre la metà delle presenze è femminile, la maggior parte dei laboratori vede in minoranza gli uomini e ben 15 principal investigators su 28 appartengono al gentil sesso.

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Martina Pigazzi

“Negli ultimi tre anni ho pubblicato 18 lavori su riviste di alto livello, un numero veramente considerevole, e solo nel 2017 ho vinto due importanti grant: il primo con Cariparo, del valore di 343mila euro, e il secondo con Airc di 608mila euro – racconta Martina Pigazzi, 43 anni, PI nel Laboratorio di Oncoematologia Pediatrica e assistant professor all’Università di Padova –. Per giungere a questi livelli è indispensabile avere un curriculum forte perché la competizione è altissima. Credo che la mia figura abbia cominciato ad avere una connotazione più definita da quando l’Aieop (Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica, ndr) mi ha designata referente nazionale per il protocollo delle leucemie mieloidi acute e mi ha chiesto di entrare a far parte del gruppo internazionale BFM. Questo, unitamente alla credibilità derivante dalla posizione accademica, mi ha permesso di instaurare nuove collaborazioni, di svolgere una ricerca più matura e di produrre risultati che sono stati apprezzati nel momento in cui partecipavo a un bando”.

Ottenere grossi finanziamenti significa dimostrare la propria indipendenza nel fare ricerca, applicare tecniche più sofisticate e proporre studi a quelle riviste che accettano solo determinati tipi di esperimenti – continua la dott.ssa Pigazzi –. Dall’altro lato crescono le responsabilità nei confronti del proprio gruppo di lavoro. Potendo decidere quali sono le figure determinanti, come gestire gli stipendi e sapendo che molte hanno famiglia e tutte cresceranno professionalmente anche in base ai fondi a cui riesco ad accedere, è evidente che, sebbene abbia raggiunto alcune certezze, non possa fermarmi. Ho sette collaboratrici alle quali chiedo di dare il massimo anzitutto per loro stesse. Il nostro è un mestiere tanto altruista quanto egoista, perché ciascuno lavora per costruirsi il proprio curriculum. Che poi abbia solo donne al mio fianco non credo sia un caso. Siamo più pratiche e ci capiamo al volo. Per una ragazza, inoltre, identificarsi in me può essere più facile e più spronante”.

A chi sta intraprendendo questa strada dice: “Prima di cominciare bisogna avere chiare le difficoltà, che passano per la precarietà, stipendi bassi e il posticipo della vita reale perché si allunga la formazione. Conciliare vita lavorativa e famiglia non è impossibile, ma sicuramente impegnativo. La dedizione che ho messo per questa carriera mi ha fatto saltare delle tappe quando era il momento di farle, ma guardo con serenità a quanto costruito perché l’ho scelto io, senza imposizioni di alcuno”.

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Caterina Trevisan

Se di certezze per il futuro non ve ne sono, la volontà di non demordere dai propri propositi è percepibile fra le più giovani. Tra coloro che hanno le idee chiare vi è Caterina Trevisan, biotecnologa di 26 anni, ad un passo dalla conclusione del dottorato in Medicina dello sviluppo e scienze della programmazione sanitaria.

“Quando penso a cos’altro potrei fare nella vita, alla fine non riesco a trovare un’alternativa alla ricerca – osserva –. Da piccola ne ero semplicemente affascinata perché mia madre è stata ricercatrice, ma, da quando sono in IRP, ho consapevolezza delle vere sfide di questo lavoro che è, sì, stimolante, però richiede un continuo aggiornamento per salire di livello. Per questo ritengo che non ci si debba precludere alcuna strada in questa fase di formazione, spaziando negli ambiti di studio e trascorrendo dei periodi all’estero, come quello che mi ha vista per un anno alla Queen Mary University di Londra”.

“E poi – conclude – è bene misurarsi con il giusto approccio alle cose: non sempre tutto va per il meglio, ma questi momenti sono utili per raddrizzare il tiro, capire cosa vogliamo e se una situazione ci va bene o meno. Ammetto che l’aver (avuto) delle donne quali referenti, mi ha dato e mi dà lo stimolo per dire che anch’io ce la posso fare”.



Articolo pubblicato: giovedì, 8 marzo 2018

2018-07-12T08:05:35+00:00