Biobanca pediatrica, risorsa preziosa per la ricerca

In termini tecnici si chiama Biobanca Oncologica Pediatrica (BBOP), ma potremmo definirla una cabina di regia per l’utilizzo del materiale biologico del paziente malato a fini di ricerca. Lì, infatti, il campione viene acquisito, conservato e fornito ai ricercatori per specifici studi, e sempre lì le conoscenze, che da questi progetti derivano, fanno ritorno per poter essere messe a disposizione dell’intera comunità scientifica.

Tale circolo virtuoso, che stimola nuove ricerche e apre le porte alla messa a punto di cure innovative, assume ancor più valore se si pensa all’eccezionalità di possedere una banca biologica pediatrica, come quella che ha sede a Padova, nella Clinica di Oncoematologia Pediatrica. Per saperne di più, abbiamo incontrato la responsabile, dott.ssa Emanuela Giarin, che si occupa anche della gestione qualità della diagnostica e della ricerca all’interno dello stesso laboratorio.

Dottoressa Giarin, che cos’è una biobanca?

La definizione che ne viene data a livello europeo, alla luce della nuova normativa sul trattamento e la protezione dei dati personali, è di struttura di servizio senza scopo di lucro, che garantisce e gestisce, nel pieno rispetto dei diritti dei soggetti coinvolti e secondo comprovati standard di qualità, la raccolta, conservazione e distribuzione di materiali biologici umani – nel nostro caso pediatrici – e delle informazioni collegate per motivi di ricerca e/o diagnosi future. Più semplicemente, potremmo considerarla una sorta di hub che raccoglie e distribuisce campioni e informazioni finalizzati alla ricerca biomedica. In tal senso, la nostra biobanca pediatrica dialoga non solo con i ricercatori dell’Istituto di Ricerca Pediatrica Città della Speranza, ma anche con quelli di altri centri italiani ed internazionali, per esempio negli Stati Uniti e in Israele, seguendo precise dinamiche.

Che cosa intende?

La biobanca è data da tutto il percorso che un campione di materiale biologico fa: dalla “donazione” del campione, al suo trattamento e conservazione, che devono avvenire in maniera corretta e rispettando determinati requisiti.

Quali sono gli step?

Anzitutto vi deve essere il consenso informato del paziente o del suo tutore per la conservazione e l’utilizzo del materiale biologico. Dopo lo screening diagnostico, infatti, il materiale avanzato viene conservato in tank di azoto liquido, a -196°C, per finalità di ricerca. Il ricercatore interessato ad intraprendere un determinato studio può richiedere la disponibilità di un certo numero di campioni con particolari caratteristiche. Una volta che il comitato etico-scientifico approva il progetto, provvediamo alla loro spedizione tramite corriere. Tengo a precisare che ogni campione è reso anonimo e codificato, vale a dire che sulle provette non compaiono i dati anagrafici del paziente. Solo il responsabile della biobanca può risalire ai corrispondenti dati anagrafici, molecolari, genetici e cellulari. Di fatto, campioni e dati viaggiano separati ma parallelamente.

Quindi si può affermare che senza la biobanca non si può fare ricerca?

Sì, è fondamentale per la cosiddetta medicina traslazionale, che mira a portare le scoperte scientifiche dal bancone del laboratorio al letto del paziente sotto forma di nuovi farmaci. Donare il proprio materiale biologico e, successivamente, distribuire i campioni significa instaurare collaborazioni, distribuire conoscenza, produrre pubblicazioni, curare i pazienti, conoscere altri aspetti molecolari e biologici causa della patologia, applicare nuove tecnologie, validare metodiche diagnostiche innovative. Della letteratura che si forma ne beneficia anche la biobanca.

Quanto conta il sistema di conservazione dei campioni per una buona ricerca?

Tutto. Il singolo campione deve essere di qualità, per questo conta moltissimo la strumentazione. Qualità significa che il campione deve essere mantenuto sempre alla stessa temperatura, trasportato con determinati criteri e mai scongelato e ricongelato. Dal momento in cui viene prelevato dal paziente al momento in cui viene messo nel freezer ci sono dei tempi e delle temperature da rispettare. Pertanto, avere dei sistemi di conservazione adeguati e manutenuti è imprescindibile: un buon congelatore costa 10mila euro, un bidone di azoto il doppio. E poi bisogna considerare che il numero di campioni è altissimo e serve spazio: ogni anno ne vengono stoccati tra i 9 mila e i 10mila.

Le normative attuali soddisfano le esigenze dei processi di biobanking?

Non del tutto. A livello regionale, la biobanca non è ancora riconosciuta; ad oggi lo è solo da parte dell’Azienda Ospedaliera. A livello europeo, invece, rientra nel network BBMRI (Biobanking and BioMolecular Resources Research Infrastructure of Italy) con cui l’anno scorso ho scritto i “quaderni di qualità” sui requisiti che deve possedere una biobanca. Al momento questo gruppo di lavoro sta chiarendo alcuni passaggi fondamentali sul trattamento dei campioni e dei dati genetici raccolti per finalità di ricerca scientifica, nell’ambito di uno studio o progetto. La proposta collegiale sarà inoltrata al Garante della Privacy.

 

 

 



Articolo pubblicato: lunedì, 11 marzo 2019

2019-03-11T14:07:12+00:00